I may destroy you: la serie che stordisce cuore e mente.

Guardare I may Destroy you ti porta a sentirti come Annabelle, la protagonista interpretata da Michaela Coel: stordita.

Perché inizia in un modo e finisce in un altro. 

In 12 episodi, Michaela Coel confeziona un prodotto che affronta con precisione, originalità e sorprendente leggerezza tutti i temi più caldi di questi anni.

È necessario fare un punto conclusivo su I May Destroy You, la serie scritta, interpretata e co-diretta da Michaela Coel per BBC One e HBO.

I May Destroy You  è una di quelle serie tv che ti stupisce fin da subito.

Sarà forse perchè quella che sembrava una classica storia autobiografica, si trasforma nel racconto, magistrale, di uno stupro e di come si sopravvive dopo.

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In pochissimo tempo, la serie ha iniziato un percorco estremamente originale e rilevante dal punto di vista culturale e politico, che si sviluppa più o meno in tre fasi.

I may destroy you. Fase uno: il non ricordo

Nella prima fase, I may destroy you racconta tutto quello che di solito non si racconta a proposito di molestie sessuali, perché poco spettacolare.

La Coel non mette in scena il classico stupro da film, anzi, il suo personaggio all’inizio non si ricorda nemmeno di essere stata stuprata, poiché la droga che ha assunto inconsapevolmente glielo impedisce.

allo stesso tempo, però, la violenza ha lasciato un trauma ben poco ignobile, che Arabella scopre poco a poco.

Per questo durante buona parte della serie l’autrice scava sui traumi nascosti di milioni di donne che subiscono violenza all’interno di una società cieca.

I may destroy you

In questo modo Arabella entra di diritto nella classifica orrenda delle ragazze talmente ubriache che un po’ se la sono cercata.

Argomento, purtroppo, sempre attuale in Italia e nel mondo (con titoli di giornale da vomito) e diventa protagonista di un’odissea con pochi punti fermi, in cui anche le istituzioni si mostrano amiche ma insufficienti.

Associando alla vicenda di Arabella, quella di Kwame, l’amico gay che subisce una violenza ancor più dura da far accettare alla società, complice l’addizione becera

GAY + DEPRAVATO = E’ FROCIO, FIGURATI SE L’HANNO VIOLENTATO. GLI SARA’ PIACIUTO.

Così Michaela Coel traccia le linee di un mondo in cui pratiche criminali e dinamiche psicologiche di cui si conosce poco, e di cui anche le vittime spesso sono inconsapevoli

come nel caso dell’episodio di Stealthing, puntata n4, quando Zain, facendo sesso con Arabella, si toglie il preservativo senza avvisarla.

Una pratica illegale che la protagonista manco conosce, (nemmeno io sapevo cosa fosse) a cui all’inizio non dà peso, scoprendone solo dopo le conseguenze.

I may destroy you. Fase due: la denuncia come presa di coscienza

Il confine fra la prima e la seconda fase di I may destroy you, coincide con Arabella che denuncia l’abuso subito da Zain.

Denuncia che avviene in pubblico, su un palco, e che porta Zain a scappare dalla sala, mentre Arabella diventa in due ore l’eroina dei social e del femminismo.

I may destroy you
Qui è importante capire le dinamiche psicologiche in atto

Lì per lì, si ha l’impressione che la denuncia sia un importante presa di coscienza, e rappresenta un passo avanti importante nel percorso di Arabella.

Allo stesso tempo, però, la protagonista non ne ricava quello che sperava, ovvero serenità ed equilibrio. Anzi!

Il suo nuovo status sui social diventerà presto una nuova tortura, una gabbia in cui la stessa Arabella si sentirà strettissima, rivelandosi poi una macchina guidata da interessi infimi ed egoistici.

A essere intervenuto, nella seconda fase è quindi uno strato di complessità inaspettato.

I personaggi restano pienamente umani e vivono la complessità di una trasformazione culturale e psicologica di cui non pretendono di essere perfettamente consapevoli.

Sono vittime, ovvio, ma restano anche persone capaci di sbagliare.

I may destroy you. Fase tre: a me ci penso io

qui entra in gioco la consapevolezza dei personaggi e si vede Arabella che agisce per sé, per il suo interesse.

I may destroy you

Arriviamo all’episodio finale che è magistrale. Michaela Coel ci racconta di come Arabella, che ogni settimana si presentava al bar dove aveva subito lo stupro, sperando di riconoscere il suo aggressore, riesca finalmente a identificarlo. 

Se c’è una cosa che I May Destroy You chiarisce senza ombra di dubbio, è il suo essere non-giudicante, la sua volontà di non prescrivere ricette facili per nessuno.

Al contrario, l’obiettivo (centratissimo) è quello di alzare il velo su una complessità che rimane al di fuori degli schermi, e che qui invece viene sondata nella convinzione che, come società, abbiamo il dovere di comprendere anche le sfumature di grigio, e non solo i bianchi e i neri della narrazione social. 

Perché è nelle sfumature che si annida la maggior parte dei traumi e dei dolori, ma chissà, forse anche delle soluzioni.

Il tutto in una serie che, paradossalmente, non perde mai una sua precisa leggerezza, che impedisce ai personaggi di diventare esempi, e che gli permette di rimanere persone complete, esattamente come quelle che stanno guardando lo schermo, e che si spera possano trovarci dentro qualcosa su cui valga la pena riflettere.

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