Mix Festival 2018


 



 




 

Bixa Travesty, di Claudia Priscilla & Kiko Goifman, 2018.
Sabato 23 Giugno, ore 17.40 - Teatro Studio Melato

Bixa Travesty – frocio travestito – è un documentario realizzato da Claudia Priscilla & Kiko Goifman che segue le vicende dell’artista brasiliana transessuale Linn da Quebrada. La sue performance a suon di funk e liriche che lei definisce come una pistola puntata prima su se stessa e poi su tutta l’eteronormatività e il machismo che la circonda, verso un più ampio dibattito permeato di femminismo sulle identità e la parità di genere. In “Bixa Travesty” tutto è messo a nudo, anche i genitali esibiti in una fisicità presente ma non per questo identitaria. Dialoghi con la povertà, il razzismo, la malattia, una madre, che ancora goffamente le si rivolge con pronomi maschili, e con persone e altri artisti della comunità transgender brasiliana che la supportano sopra e sotto al palco, come Jup do Bairro, Liniker e le ‘As Bahias e a Cozinha Mineira’. Dai toni accessi da intrattenitrice sul palco e quelli più ponderati ai microfoni di una radio, la parole di Linn Da Quebrada fanno di “Bixa Travesty” uno spaccato che documenta una piccola realtà brasiliana in un universo dello spettacolo abitato da artisti transgender sempre più presenti e artisticamente rilevanti.

Testo di Francesco Mascolo

Favola, di Sebastiano Mauri, 2018.
Giovedì 21 Giugno, ore 20 - Teatro Strehler

Filippo Timi è una casalinga che, come diceva una réclame degli anni Cinquanta, «più fatica in casa e più appare bella agli occhi del marito»: la fatica, va da sé, subisce anch’essa il colpo di straccio, e lascia la casalinga dritta con la schiena sui tacchi, nel bustino talmente stretto che le sposta gli organi interni, tra le gonne color pastello talmente ingombranti da non potersi sedere. Nonostante l’impeccabile aspetto, quotidianamente il marito la picchia: non abbiamo il piacere di fare la sua conoscenza, ma sentiamo la casalinga che si confessa all’amica Lucia Mascino, alle prese pure lei con le tragedie dello sposalizio: dopo aver trovato in casa un giornaletto di culturisti pieno zeppo di maschi mezzi nudi, ha orecchiato che il marito prenderebbe lezioni di mambo da uno dei tre gemelli Stuart. Gemelli che non potrebbero essere più diversi tra loro; eppure li interpreta tutti un solo attore, che non è Peter Sellers. Prima di essere il racconto di un’identità di genere, Favola è una storia del nostro costume: finge di ambientarsi nello stereotipo statunitense, coi fucili nel portaombrelli e la bandiera sul patio, ma racconta la tragica condizione femminile dell’epoca, al di là e al di qua dell’oceano, spacciata per buona dalle pubblicità dei detersivi, in cui non abbiamo mai smesso di rischiare di ricadere. «Tutto ciò che abbiamo conquistato non è conquistato per sempre» dice il regista Sebastiano Mauri, uno che negli Stati Uniti ci ha vissuto per davvero; la sua Favola comincia in realtà nel 2011 al Franco Parenti, in uno spettacolo a tre (di cui era consulente artistico) sempre scritto da Timi ma senza Sergio Albelli né Piera Degli Esposti. Chi crede dunque di conoscere già la storia, replicata sul palco per anni, si prepari non a uno ma a ben due finali, che torneranno sul grande schermo il 25, 26 e 27 giugno grazie a Nexo Digital. Vuoi aggiungere altro, Lady?

Testo di Luca Fontò

 


 

Freak show, di Trudie Styler, 2017.
Domenica 24 Giugno, ore 20.30 - Teatro Strehler


Dopo aver ballato Super freak col nonno rinchiuso nel portabagagli del furgoncino, Abigail Breslin è passata da una nomination all’Oscar (ricevuta all’età di 11 anni) a un film con Julia Roberts e Meryl Streep: solo nel mezzo però ha trovato il suo giusto ruolo – e, cioè, quello della scema. Ingaggiata da Ryan Murphy, è stata Chanel #5 in Scream queens (dove la scemenza era scialacquata), dove Abigail era in grado di superare i test d’ammissione alla facoltà di Medicina mentre le longilinee BFF la bullizzavano. Ma né la carriera musicale né quella di danzatrice messa in un angolo (nell’inspiegabile remake di Dirty dancing) potevano renderle giustizia come il personaggio di questa Lynette: bigotta studentessa di liceo, fashion victim dei poveri, candidata unica al titolo di reginetta in una scuola cattolica in cui fa irruzione il James di The end of the f***ing world, ma in tutt’altra veste: ora col caschetto di Mia Wallace, ora con la tuta da apicoltore. È il figlio unicogenito di Bette Midler, che lusinga e imita senza altri punti di riferimento (questo film, trent’anni fa, avrebbe raccontato un’altra Bette e un’altra sedia a rotelle), come pure aveva fatto un’altra storia en travesti a cui è impossibile non pensare, il francese Tutto sua madre. Nell’istituto conservatore succede che il ragazzo scateni la simpatia di Flip Kelly, uno che oltre al football ha molto poco di cui parlare: tra i due nasce un’amicizia inspiegabile e inspiegata, che bisogna dare per buona per continuare a seguire il film, senza porsi domande: un assioma. Siccome si tratta di cinema indie, mentre uno viene pestato e l’altro lo salva si sente, in sottofondo, Perfume Genius: dichiarazione di guerra al Sufjan Stevens di Chiamami col tuo nome. Poi all’improvviso compare dal nulla Laverne Cox: quando ha gridato dal palco degli EMMYs «date più ruoli agli attori trans» spero bene che non intendesse questo.

Testo di Luca Fontò

Just friends, di Ellen Smit, 2018.
Venerdì 22 Giugno, ore 20.45 - Teatro Strehler


Se mettessimo tre scimmie in una stanza con cinquanta televisori che proiettano altrettante commedie romantiche in simultanea, e se chiedessimo alle scimmie, alla fine della visione, di scrivere la sceneggiatura di una cinquantunesima, quello che otterremmo sarebbe un plot pressappoco così: in una piccola cittadina sul mare arriva un forestiero-a-metà, uno che nella cittadina ci è nato e cresciuto e che ci torna per rifarsi una vita dopo aver abbandonato istruzione e movida nel capoluogo. Rimasto umile, arranca col lavoro e si mette a fare da cameriere a una vecchia benestante. Si imbatte, quindi, in un suo parente irruento, che fa della tensione puro erotismo: parente e forestiero si guardano in cagnesco, ma siccome sulla locandina se ne stanno abbracciati a sbaciucchiarsi non ci serve Einstein per dedurre che finiranno insieme. Mani nel grano, carezzi sotto la pioggia, e le immancabili cuffie condivise come in tutti i film post ’95. L’incanto svanisce con disperazione dello spettatore e di metà famiglia (l’altra metà, ça va sans dire, è contraria alla relazione) ma la commedia romantica è, appunto, una commedia – e non La battaglia di Legnano – per cui la coppia si riforma e nell’ultima sequenza tutto il cast fa il bagno al mare. Se adesso però dicessimo alle scimmie che la rom-com deve essere gay – o, come si dice in questi casi, queer – persino i primati saprebbero di dover aggiungere un personaggio stravagante e latentemente hippy, preferibilmente una nonna o una zia; e i motivi della rottura della coppia protagonista, a questo punto, potrebbero attingere all’omofobia della gente ottusa. Poco importa se questa gente compaia all’improvviso, in una città quasi deserta e disabitata, come tipicamente succede nelle sceneggiature degli scolari al primo anno: le scimmie sanno che quello che più interessa a chi guarda è la scena gratuita di nudo che, con pazienza, arriverà.

Testo di Luca Fontò


 

M/M, di Drew Lint, 2018.
Sabato 23 Giugno, ore 19.00 - Teatro Studio Melato.


“M/M” segna il debutto di Drew Lint, un giovane regista canadese trapiantato a Berlino. Il suo primo film parte proprio da questa esperienza, in una riflessione sulla tabula rasa della propria vita: come ricominciare da zero e indossare qualunque capo e identità in un posto nuovo. Un film che si apre con una statua, il sogno di una statua, dove Matthews, il protagonista, sogna delle statue in attesa di sognare un uomo, un ideale di bellezza e un’ossessione che poi prende i contorni di Matthias: corpo statuario e sensuale a bordo di una piscina dove Matthews fa il bagnino. Matthias, d’altro canto, vuole essere solo se stesso, in posa per dei rendering al fine di ottenere un suo stampo 3D. Nel presente del regista Drew Lint i dialoghi sono al grado zero, l’unica voce che sentiamo è quella del passato – la madre di Matthews al telefono – tutte le comunicazioni sono filtrate dalle app di incontri e ogni accenno al dialogo, anche solo paraverbale, è un addio alle interazioni. “M/M” è una morbosa storia sulle ossessioni e sulla ricerca dell’identità in un thriller erotico e chirurgico, fortemente permeato dalle geometrie dei luoghi, dai corpi, dagli incontri e dalla techno.
Testo di Francesco Mascolo

My Days of Mercy, di Tali Shalom-Ezer, 2017.
Domenica 24 Giugno, ore 18.30 - Teatro Strehler


Quasi ogni settimana Lucy, la sorella Martha e il fratello Benjamin vanno alle manifestazioni contro la pena di morte negli Stati Uniti, che spesso vedono fronteggiarsi contrari e favorevoli. Ad una di queste manifestazioni, nel Kentucky, Lucy vede una donna bionda dall’altra parte della strada che la guarda e sorride. È la figlia di un ufficiale di polizia il cui compagno è stato ucciso e l’assassino sta per essere giustiziato. Chiaramente si trovano su fronti opposti, la famiglia di Mercy è conservatrice, religiosa, ricca, tutto l’opposto di quella di Lucy, ma questo non limita l’interesse che da subito provano una per l’altra. Iniziano a conversare, poi vanno in un bar, poi s’incontrano ad una seconda manifestazione dove passano dal flirtare al sesso, intenso e carico di passione. Era difficile riuscire a fare un film sulla pena di morte e nello stesso raccontare una storia d’amore omosessuale senza nessuna inibizione. La regista lesbica Tali Shalom-Ezer, qui al suo terzo film, ci riesce perfettamente, regalandoci una storia avvincente e profondamente commovente.

Testo di Marco Torcasio



 

Porcupine Lake, di Ingrid Veninger, 2017.
Domenica 24 Giugno, ore 15 - Teatro Strehler.


Bea è una tredicenne che sta trascorrendo l’estate coi suoi genitori nell’Ontario settentrionale dove ora hanno ereditato una specie di ristorante, quelle baracche dove tutti vanno a mangiare qualcosa. I genitori sono divisi sul futuro del locale, chi vuole migliorarlo e chi vorrebbe venderlo, ma soprattutto sono preoccupati per la giovane Bea che preferisce mettersi a leggere anziché uscire con le amiche. Un giorno Bea si accorge della presenza di Kate al ristorante e ne rimane subito affascinata. Kate sembra tutto l’opposto di Bea, vive nella zona dalla nascita, insieme a una madre assente che sembra non avere alcun riguardo verso la figlia, a un fratello spaccone e violento e alla rabbiosa sorella più grande, lei stessa ragazza madre. Kate e Bea iniziano quindi un’amicizia che è come un’ancora di salvezza, un’evasione da famiglie disfunzionali. Si godono i loro gelati, spiano l’arrapato fratello maggiore di Kate, danno pigiama party, si baciano con innocente curiosità. Non sappiamo come proseguirà la loro storia, se diventeranno amanti o resteranno semplici amiche, se Kate avrà il coraggio di abbandonare la famiglia e seguire Bea; quello che interessa all’autrice è offrirci uno sguardo sincero su uno dei momenti più innocenti e trasformanti della vita.

Testo di Marco Torcasio

Postcards from London, di Steve McLean, 2018.
Venerdì 22 Giugno, ore 22.30 - Teatro Studio Melato.

Un film ipercromatico e paradossale che arriva come sequel del precedente Postcard from America, pellicola avanguardista del 1994. Tratto da un libro autobiografico di David Wojnarowicz, noto performer morto di AIDS, era un racconto di violenza e soprusi, dall’infanzia con il padre alcolizzato al deserto doloroso della vita adulta. Il protagonista adesso è invece Jim, un ragazzo della provincia inglese che vive con i suoi genitori, in una claustrofobica casa dalla carta da parati anni ’70, con il desiderio di fuggire per scoprire Londra e le sue tentazioni. Appena arrivato in città incontra The Racounters, uomini specializzati nell’intrattenimento post-coito. Jim legge, studia la storia dell’arte e su tutti il più grande, Caravaggio. I suoi clienti gli fanno descrivere e impersonare i capolavori del pittore della luce (e delle tenebre): la Deposizione, il Fanciullo con canestro di frutta, il Concerto. Il ragazzo diventa una Musa come lo erano stati Joe Dallesandro per Andy Warhol o George Dyer per Francis Bacon. Ma nonostante sia bello ed eccitante, Jim ha qualcosa che un escort non dovrebbe mai avere: la sindrome di Stendhal, che gli provoca continue allucinazioni e svenimenti. Numerosi nel film i riferimenti al cinema e alla letteratura “queer” più celebre che, seppure più volte ribaditi, il regista li utilizza con coscienza e soprattutto (auto)ironia: i marinai di Genet, le statue di Gore Vidal, i cromatismi di Almodóvar, il mélo metropolitano di Fassbinder.

Testo di Marco Torcasio



 

Sensitivity Training, di Melissa Finell, 2016.
Sabato 23/06, ore 20.30 - Teatro Studio Melato.


Caroline (Jill E. Alexander) è una psicologa del lavoro con un’agenda fitta di colloqui di natura prevalentemente burocratica, con dipendenti autori di molestie sessuali che giureranno di non importunare più le proprie colleghe in cambio di un firma e una mentina. Un giorno le viene affidata Serena Wolfe (Anna Lise Phillips), una microbiologa misantropa e inopportuna a capo di un dipartimento di ricerca, per un “Sensitivity Training”: Caroline sarà un coach a tempo pieno, al fine di lavorare sul temperamento di Serena per la salute delle dinamiche di gruppo del suo laboratorio, tra assistenti sconsolati e una collega suicida, pare per le insostenibili offese ricevute. Quello che sembra un soggetto impossibile porta ad un divertente percorso di crescita per entrambe, alla riscoperta delle proprie identità e dei propri limiti insormontabili, in una commedia a suon di risate e sempre sopra le righe che segna il debutto al lungometraggio di Melissa Finell, sostenuta da due ottime attrici che vi accompagneranno fino ai titoli di coda, sempre che, come Serena, che non ha mai visto il finale di un film, non veniate allontanati dalla sala per il vostro comportamento.

Testo di Francesco Mascolo

The passionate pursuits of Angela Bowen, di Jennifer Abod, 2016.
Sabato 23 Giugno, ore 16 - Teatro Studio Melato.


Nata a Boston nel 1936, Angela Bowen è stata una ballerina professionista, fondatrice della Scuola di Danza Bowen-Peters in Connecticut, attivista femminista, attivista afroamericana, scrittrice e insegnante. Le multiple identità, seminate sui vari fronti, non hanno mai sminuito l’entità dell’impegno, ma anzi hanno permesso alle “ricerche appassionate” del titolo di prendere decisioni anche molto dure, come quella – negli anni Ottanta – di chiudere la scuola per prendere interamente parte al movimento per ottenere la parità di genere e i diritti GLBT. Sesta di sette figli, Bowen aveva perso il padre all’età di due anni, vedendo la madre che andava a lavorare come cameriera nelle case degli altri. Lo studio della danza classica arrivò tardi, a quattordici anni, ma già nel 1956 interpretò il Cigno Nero all’Hancock Hall di Boston. Per dedicarsi a tempo pieno alla danza, mentre il corpo era ancora giovane, frequentò il college solo per due anni: «la nostra gente non ha bisogno di ballerini», le diceva la madre furibonda: «abbiamo bisogno di medici, avvocati, insegnanti». Mentre Angela affrontava i No Blacks a Broadway, sua madre la lasciava in seguito a un attacco di cuore. Il film di Jennifer Abod, lungo poco più di un’ora, prosegue il suo racconto fino ai giorni nostri, al 2010, quando Bowen si ritira a causa della malattia. Pare che non ci sia l’ombra di un fonico di presa diretta né di un direttore della fotografia: ma il tema è talmente interessante che si sorvola sugli effetti Power Point nel montaggio, dimostrando come una grande storia abbia bisogno davvero di pochi spicci per essere divulgata. In questo caso la produzione è di Women Make Movie e il materiale di repertorio fornito da Angela, stupefacente e attuale più che mai, dimostra una delle frasi che lei stessa dice davanti alla macchina da presa: non senza fatica, «la mia vita è passata dal grigio al technicolor».

Testo di Luca Fontò